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Una riflessione sulla Decrescita felice e sulla conferenza di Maurizio Pallante

Di Andrea Ghisletta

 

Sala stracolma per la conferenza tenuta venerdì sera a Bellinzona da Maurizio Pallante sulla decrescita felice. Stracolma di persone, ma anche di aspettative, di speranza, di interesse. Decine di persone di ogni età pronte a cogliere gli spunti del conferenziere, pronte a guardarsi dentro e a riflettere sul modo in cui gira oggi il mondo.


Quel mondo che noi viviamo come Occidentali, in un’Europa messa all’angolo dalla crisi del debito e da una recessione fatta in gran parte dal crollo della domanda interna. Messa all’angolo da un’ideologia, quella neoliberista, che ha guidato non solo la nostra economia ma anche il nostro stile di vita. Un pensiero che ha come parole chiave concorrenza, mercato finanziario, prodotto interno lordo.

Pallante è stato chiaro: decrescita non significa per forza “stare peggio”, così come crescita non significa “stare meglio” a prescindere. Dipende tutto da ciò che cresce o decresce e dal valore che gli attribuiamo.

Decrescita felice significa piuttosto riallocare la produzione secondo i nostri bisogni invece che produrre per crearcene di nuovi. Significa che l’economia dev’essere al servizio dell’uomo e non viceversa: deve mettergli a disposizione solo gli oggetti che migliorano realmente la sua qualità di vita e non produrre per aumentare gli indicatori economici. Deve produrre oggetti che durino nel tempo, piuttosto che oggetti programmati per far tornare il consumatore sul mercato nel giro di qualche anno. E deve farlo nel modo giusto: a cosa serve la produttività, se ci costringe a sacrificare la nostra stessa vita?

E, soprattutto, cosa vale di più per noi? Cosa può migliorare la nostra vita, che è una sola? Un consumismo sfrenato che sfocia nell’acquisto di un’auto o di un telefonino nuovi, per il semplice fatto che sono nuovi, indipendentemente dall’utilità che portano alla nostra esistenza?

Forse il nostro sbaglio più grande è che abbiamo travisato le reali priorità. Ci siamo scordati di valorizzare ciò che conta davvero: il tempo, libero da obblighi o ansie, da dedicare a quello che vogliamo realmente fare. Quei gesti che non si possono né produrre né comprare: la solidarietà, una risata, un amore.

Oggi questo pensiero non è più solo una riflessione di nicchia, in primis perché ci si è accorti che il nostro stile di vita attuale è semplicemente insostenibile: per l’ambiente, per le risorse, per noi stessi. Scappatoie, semplicemente, non ce ne sono: da una parte la svolta, dall’altra l’estinzione.

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